Scritto da Amalia Panella il 03/01/2017 alle ore 18:14:58

#mineviandanti sull’Appia Antica | Valentina Barile

I colori che tingono la regina viarum persistono nella mente dopo aver terminato la lettura di #mineviandanti sull’Appia Antica scritto da Valentina Barile.

È il giallo a primeggiare, che talvolta si imbrunisce e altre si schiarisce, durante il percorso da Roma a Brindisi intrapreso da Valentina e Federica a bordo di una vecchia auto. Un viaggio di otto giorni nella torrida estate 2016.

Il giallo accompagna le due viaggiatrici per tutte le 119 pagine, dall’oro dei campi che costeggiano la strada per Formia, all’ocra delle distese di grano in Irpinia, dal paglierino dei calici di vino bianco che hanno allietato di tappa in tappa le viandanti, fino a quello più scuro delle aride terre pugliesi.

Ancora, ci si imbatte nel verde dei pini marittimi, degli ulivi e dei boschi che di tanto in tanto compaiono nell’attraversare la strada romana, un analogo verde è quello delle erbacce che ricoprono bellezze abbandonate. Poi si passa al fucsia degli oleandri di fianco alla strada che porta a Latina, il blu del mare che all’improvviso dà sollievo. E poi le tinte candide dei paesini Fondi, Itri, Massafra, Mesagne. Ma anche il grigio soffocante dell’asfalto come nell’area industriale di Taranto, e il tortora torbido del fumo tossico prodotto da gomme arse sulla via per Castel Volturno.

L’opera, edita da Les Flâneurs edizioni, si presta a un’agevole lettura, complice lo stile lineare dell’autrice nonché narratrice interna.

 #mineviandanti nasce dall’incontenibile esigenza di mettersi in viaggio, di muoversi, di scoprire se stessi nella speranza di trovare pace.

Eravamo rimasti all’esibizione dell’Appia di Paolo Rumiz che ora consegna il testimone alla Barile, donandole infatti una piacevole prefazione.

E con la scrittrice sannita ci immergiamo in un cammino intenso ma fuggevole, perché c’è fretta di percorrerla tutta la via Appia che è “ancora davanti a noi”. Il libro del maestro Rumiz resta la mappa di riferimento, il compagno fidato dell’intero viaggio.

“Dei mausolei, delle porte, dei resti storici sì, ci importa, ma fino a un certo punto. Dell’Appia vogliamo sapere chi la abita oggi per capire chi c’era ieri.”

Sulla strada le due mineviandanti trovano le suggestive forme, le rovine, i soprusi e le speranze dell’Italia meridionale, ma soprattutto scoprono l’umanità di altre mineviandanti.

Come Sergio e Patrizia che accompagnano le due ragazze, abbandonate dalla vecchia “lamiera” ormai in avaria, fino alla fine del percorso. Fino alle colonne romane di Brindisi ed è lì che la malinconia invade l’epilogo. Perché  “arrivare significa finire. Portare a termine.

La fase più felice è il mentre, perché è fugace. Perché sai che dopo continua a esserci qualcosa.

Un viaggio è interessante durante il suo andare. All’arrivo è spaventoso perché c’è il vuoto.”

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