Scritto da Ilaria di Mambro il 25/04/2017 alle ore 11:12:16

Tempo di libri 2017. Resoconto di una prima edizione da rivedere.

Una Fiera dell’editoria italiana che della “fiera” ha avuto ben poco, a partire dai visitatori. Solo sessantamila le presenze registrate in cinque giorni (dal 19 al 23 aprile), quasi tutte nel week-end. I primi tre giorni i padiglioni erano pressoché deserti, complice anche il vastissimo, e per la verità godibilissimo, spazio della fiera.

 

Qualcuno ha detto che Rho era troppo lontana e costosa da raggiungere, qualcun altro che la fiera della metropoli lombarda, inserita tra due ponti, era spacciata in partenza per l’assenza delle scolaresche, altri hanno sottolineato l’imminenza del trentennale del Salone Internazionale del Libro di Torino (18-22 maggio), altri ancora, più semplicemente, hanno dato tutta la colpa alla spaccatura del mondo editoriale.

Fatto sta che due effetti sono stati la solerte proposta di un biglietto pomeridiano ridotto per attrarre i visitatori e l’assenza di gran parte dell’editoria indipendente italiana.

 

I due padiglioni occupati erano bellissimi e ben organizzati; le sale, proprio come immaginate dalla curatrice Chiara Valerio, spaziose ma accoglienti, da simposio più che da presentazione, erano in fondo e ai lati, per lasciare lo spazio centrale agli editori. Peccato che gli editori, anzi gli stand editoriali, che più o meno grandi e più o meno arredati (bellissimo quello di NN editore) fanno “fiera”, latitassero, relegati all’ingresso. Il cuore dell’area era occupato da veri e propri temporary-shop delle grandi case editrici o da succursali di negozi rintracciabili in qualunque grande città.

 

Gli stand più vivaci sono stati quelli dei mass media, della Rai (in primis la radio e Fahrenheit), ma soprattutto quelli dei quotidiani, ricchissimi di dibattiti, di ospiti e di proposte. Robinson e la Repubblica hanno puntato molto sul mondo giovane che passa sui social, La Lettura e il Corriere della Sera sugli approfondimenti.

 

Di certo, anche se forse non sottolineato a sufficienza, come Chiara Valerio aveva preannunciato, non si è trattato di un festival di presentazioni, e tuttavia di festival si è trattato.

Gli eventi sono stati tantissimi e di grande impatto. Non si è mai parlato di un singolo libro o di un singolo scrittore, niente marchette di nuove o vecchie pubblicazioni di candidati al Premio Strega o di autori nazionali e internazionali, ma vere e proprie discussioni, veri e propri dibattiti, con gli autori, sui libri e soprattutto sui motivi e le ispirazioni dei libri. Un esempio fra tutti l’attesa diatriba tra Walter Siti e Michela Marzano che è diventata una riflessione su ciò che è lecito in letteratura e poi su Don Milani, nella stessa giornata ricordato dal videomessaggio di Papa Francesco.

Anche i numerosi ospiti internazionali si sono prestati a questa logica, hanno parlato delle loro ispirazioni ma anche di altri autori e dei temi che componevano l’alfabeto tematico di Tempo di Libri.

 

Ora, questo alfabeto tematico non è stato pubblicizzato né spiegato a sufficienza e non era nemmeno di facile consultazione, ma forse è il vero specchio della manifestazione, insuccesso compreso. Gli eventi, tutti, erano raccolti secondo ventisei temi ordinati in ordine alfabetico: da internet a Zaha Hadid, passando per la Dissidenza, Jane Austen e la Rivoluzione. Ognuno è stato puntualmente e intelligentemente scandagliato da ogni punto di vista, associandolo a un libro, a una ricorrenza, a un autore o a una semplice discussione, in maniera più (Clara Sànchez ha tenuto una vera e propria lezione su Jane Austen, in italiano!) o meno esplicita (Irvin Welsh, tema “quanto”, ha parlato anche di musica e tempi di generazioni diverse).

 

È stata una fiera contemporanea e, forse involontariamente, femminile.

Ampio spazio è stato dato alla musica e alla recitazione (Sergio Rubini in seduta spiritica come Totò e Filippo Timi lettore vestito come le gemelline di Shining per i settant’anni di Stephen King, per fare due meritevoli esempi), ma ancora più spazio alla riflessione sul mondo di oggi: integrazioni, rivoluzione, nuovi linguaggi, soprattutto per le donne. Non a caso, le instancabili mattatrici sono state la curatrice Chiara Valerio, che più di qualcuno si è scherzosamente augurato di vedere anche a Sanremo, e Michela Murgia organizzatrice, tra l’altro, del toccante simposio su maternità e tabù, giustamente collocato alla U di “uomini”.

 

E voi, che sicuramente ci avete seguito costantemente su twitter, che idea vi siete fatti?

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