Scritto da Ilaria di Mambro il 03/04/2017 alle ore 11:28:30

Quello che è successo a Joana | Valério Romão

Quello che è successo a Joana è l’incubo peggiore per una futura mamma, il punto di partenza di un viaggio onirico e disturbante tra la follia e la speranza, descritto nel coraggioso libro di Valério Romão, Quello che è successo a Joana.

L’autore portoghese, finalmente edito in Italia da Caravan nella collana Bagaglio a mano con l’efficace traduzione di Vincenzo Barca, non è nuovo a temi controversi, infatti il suo primo romanzo, pubblicato anche in Francia, si intitola Autismo.

 

Anche con Quello che è successo a Joana, Romão affronta un argomento tabù. Lo fa con duro realismo e dovizia di particolari, ma servendosi di uno stile magnetico e conturbante. Come in un sogno, siamo attratti nel delirante mondo parallelo che Joana si crea e, pur volendo fuggire, pur essendo spaventati e inorriditi, proviamo profonda empatia per lei, sentiamo che ognuno potrebbe vivere, o aver vissuto un inconfessabile dramma.

“… tu detieni il potere dell’identità e della maternità, e invece sembri indifesa come una bambina, persino un soffitto può darti lezioni di morale, Joana…”

 

La vicenda si svolge in poche ore: la rottura delle acque, il travaglio, il parto, ma l’intreccio è sapiente ed è anticipato dalle inquietanti pagine iniziali, da un incubo perverso che svela la natura dei futuri genitori e di ciò che sarà.

“(Jorge) non avrà mai il coraggio di dire cos’è che più lo spinge a riprendersela, la sua Joana, sempre più spaventata, intrappolata fra la parete e la scomodità di una verità impossibile da condividere.”

 

La storia avanza in un crescendo di imprevisti e di reazioni sbagliate ma stranamente comprensibili per i lettori ormai irrimediabilmente coinvolti. I pensieri di Joana, intanto, avviluppano anche tutta la corte di personaggi, principalmente femminili, che, quasi fossero allegoriche prove da superare, incontra durante il suo lungo e terribile travaglio.

“… pensavo che le donne, sempre distratte appresso agli uomini, sapessero fare una tregua per dipingersi prima della battaglia, ma tu no, preferisci piagnucolare, come se una nascita fosse lo stesso di una morte.”

 

Nelle intenzioni di Romão quest’opera, con Autismo, è parte di una trilogia sulle paternità mancate.

All’avvio della trama, dal punto di vista di Joana, suo marito “Jorge soffre della sindrome di astinenza da certezze”, ma prima e man mano che la storia va avanti, è l’unico a rivelarsi saldo, onesto, privo di zone d’ombra, in lui vediamo un’ultima luce di speranza.

 

Gli uomini sono pochi, distanti e spesso sgradevoli, ma concreti, pragmatici, realistici. È solo grazie ai loro interventi che la fabula procede, creando degli spiragli di cruda realtà nel delirante rifiuto di Joana.

La narrazione infatti, benché in terza persona, è tutta focalizzata sulla protagonista, in una sorta di ininterrotto flusso di coscienza raccontato. Viviamo le speranze, la paura e poi la disperazione straziante di una donna realizzata e organizzata a cui manca, da tempo, solo un figlio.

Joana è così, pensa Jorge, una creatura il cui habitat naturale è un panorama costellato di impegni e di promemoria, moltiplicati per decine di categorie di colori a cui corrispondono, settorialmente, regioni balcanizzate della vita che Joana tiene sotto controllo con la meticolosità di un tagliatore di diamanti”.

Tuttavia, l’ingranaggio perfetto a un certo punto si rompe nel più tragico dei modi. Joana crolla e si rinchiude in un vortice di follia, consolatorio per lei quanto per i lettori.

“…internamente, funziona a intermittenza. L’udito, il pensiero, la vista, e persino l’odorato vanno e vengono a tratti. Joana è in modalità bifasica con la realtà

 

Romão ha intessuto una trama disseminata di allusioni e riflessioni che conducono protagonisti e lettori davanti a realtà che vorrebbero ignorare, sul labile confine tra la vita e la morte, tra la speranza e la disperazione, dal primo, trascurabile contrattempo, fino all’epilogo annunciato.

Joana non riesce a evitare la comparsa di qualche lacrimuccia con la quale esprime il lutto di un tempo che esiste solo nella memoria e nel desiderio e, in fondo, si sente sciocca a mescolare così la nascita con la morte, anche se è solo la morte di alcune possibilità.”

 

 

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