Scritto da Ilaria di Mambro il 21/01/2017 alle ore 13:04:58

Lotta di classico

Il liceo classico e le lingue “morte” sono tornate prepotentemente al centro dell’attenzione mediatica grazie al successo del libro La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco (Laterza), scritto da Andrea Marcolongo, giovane e spigliata ex ghost writer di Matteo Renzi laureata in lettere classiche.

Il saggio, che più che altro è una scanzonata e appassionata lettera d’amore al greco antico, da settembre 2016 resiste in cima alle classifiche generali di vendita. Il fermento sorto intorno a questo volume ha sicuramente giovato a un’altra opera dedicata alle lingue classiche, Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile (Garzanti), pubblicato a maggio, attualmente ai primi posti delle classifiche dei libri di saggistica più venduti e sicuramente più apprezzato nell’ambiente filologico e accademico per le competenze e anche l’intento del suo autore, Nicola Gardini, professore di letterature comparate ad Oxford.

L’interesse suscitato dal saggio della Marcolongo si è presto spostato anche in televisione (in trasmissioni come Quante storie, con Michela Murgia e Corrado Augias o Otto e mezzo di Lilli Gruber), ampliandosi fino ad arrivare al solito, atavico tema dell’utilità del liceo classico e del modo migliore per trasmetterne il valore.

 

In realtà, sono anni che le principali pagine culturali del paese, in particolare Il Sole 24 ore e il Corriere della sera, combattono in difesa dell’istituzione scolastica più rappresentativa della nostra identità chiamando in causa esperti, letterati, illustri esponenti del mondo scientifico e tecnologico e dandosi talvolta battaglia sulle modalità di trasmissione delle lingue classiche: più traduzioni o più storia e cultura, più grammatica o più lessico. Nel corso del tempo si è sentita sempre di più un’esigenza di difesa e riconoscimento della necessità della “scuola modello per l’Occidente”, ma anche un’esigenza di rinnovamento e adeguamento ai tempi, di apertura, più che altro. Un’apertura, però, che non sia una semplificazione e come quella inaugurata, secondo molti, dalla riforma Berlinguer del 2000 e portata avanti fino ad oggi, supportata dall’innegabile diffusione di mezzi di comunicazione tutt’altro che culturali o funzionali al tanto vagheggiato sviluppo del paese.

 

Ecco quindi un fittizio Processo al liceo classico (Il Mulino, 2014) presieduto da Umberto Eco; ecco petizioni rivolte al Ministero dell’Istruzione, come la taskforceperilclassico.it che ha mobilitato politici, letterati, giornalisti e fior di scienziati; ecco la Notte nazionale del liceo classico, ormai alla sua terza edizione, tenutasi esattamente una settimana fa in quasi 400 istituti in tutta Italia.

 

Ecco, infine i dati 2016 di Almalaurea (il consorzio che valuta la condizione occupazionale dei laureati italiani) che hanno ribadito quanto vano e forse controproducente sia il pregiudizio a causa del quale il nostro paese rincorre modelli scolastici esteri ed esclusive competenze tecniche e tecnologiche, a discapito di quelle “culturali” e logiche.

Secondo Almalaurea gli ex liceali si laureano con voti medi molto più alti, (105 anziché il 99 degli istituti tecnici e il 102 dei licei scientifici), più velocemente e si distinguono nelle facoltà scientifiche, in particolare quelle dell’ambito medico.

 

Il concetto è stato più che chiarito, tra gli altri, dal fisico del CERN Guido Tonelli che, in una celebre riflessione sul Sole 24 ore, ha riconosciuto alla “quotidiana lotta col vocabolario” tutto il merito del suo successo nella ricerca scientifica: “È la logica, bellezza”, altro che “problem solving”.

Non a caso, mentre da noi il latino e greco sono sempre più abbandonati, nei paesi nordeuropei e anglofoni si moltiplicano i corsi e addirittura i Latin Camp per scuole superiori e università prestigiose.

 

Nonostante ciò, i recentissimi dati relativi alle preiscrizioni non fanno che confermare il crollo costante: meno del 6% degli studenti italiani scelgono il liceo classico, preferendo di gran lunga gli istituti tecnici e il liceo scientifico, ma nella forma delle scienze applicate, senza latino.

 

Ma forse il destino del liceo classico è proprio questo: perso, fortunatamente, il primato di scuola d’élite dal punto di vista sociale ed economico, è destinato a restarlo, ma in un altro modo, scuola di e per pochi, coraggiosi e lungimiranti, proprio perché un patrimonio culturale prezioso e quindi elitario non venga svilito e semplificato per piacere alle “masse”, non avvenga quindi quella “demolizione della cultura antica” che temeva addirittura Giovanni Pascoli già nel 1896.

 

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