Scritto da Amalia Panella il 17/11/2016 alle ore 20:49:40

La cassa toracica delle meduse | Elisa Nicolia

Esplorare il profondo fossato del dolore, che Sebastiano ha scavato dentro e fuori di sé, è ciò che fa Elisa Nicolia con La cassa toracica delle meduse, regalandoci pagine toccanti.

“Ci prudevano gli occhi e bagnavamo il lenzuolo, annacquavamo tutto, tutto. Era l’ultima volta che facevamo l’amore, ma non lo sapevamo. Toccavo le sue dita come una reliquia, avevano assorbito le mie lacrime, erano state la mia bacinella, il mio tempio. Avrei dovuto inginocchiarmi, prenderle le caviglie.

«Voglio proteggerti», dicevi e io non potevo perdonarti quel tuo andare via, ti odiavo, ma tu mi capivi, percepivi la mia paura di avere paura. Le tue mani hanno avuto sempre una sensibilità diversa su di me, un tatto più profondo, più attento. E se la tua mente avesse potuto fraintendermi, le tue dita non lo avrebbero fatto mai, anche quando il mio cuore sentiva i lividi e ti chiedeva scusa: non pensare che abbia sofferto poco, tremo ancora, non pensare che tu non sia valsa tutto quel dolore” (XXVI p.129).

Il protagonista, nonché narratore della storia, è Sebastiano che in ventisei capitoli ricuce alcuni pezzi della sua vita. Alternando presente e passato, racconta la sua storia d’amore, ardente e irrefrenabile, con Amanda.

Ma è soprattutto la perdita di Amanda a tracciare la via maestra.

La donna è affetta da una malattia indomabile e dopo aver scoperto di essere incinta decide di rinunciare alle cure per dare alla luce Lea, che diventa l’unico riparo di Sebastiano dopo la perdita della donna che ama.

Il protagonista, sbiadito dal dolore, un “dolore che lascia scoperti, nudi”, ritrova la forza guardando la figlia crescere, a lei dona i suoi ricordi, quelli che ha deciso di scrivere e che evocano Amanda, la donna che le ha dato la vita e che non ha mai potuto conoscere.

Immagini nitide della figlia Lea si intrecciano a ricordi, a volte più nebulosi, di Amanda.

“Abbiamo fretta, Amanda. Ho fretta. Sei così viva. Guardati respiri per due vite. Stai sbiadendo. E io ho fretta di amarti. Perdonami se non ti capisco, se ti stringo le mani e ho paura di allentare la presa, perdonami se ti guardo in quel modo malinconico che un giorno finirai per odiare, se mi sento chiuso nella prigione che ti sei costruita intorno, la palizzata della tua morte. Perdonami se non ho capito che è proprio questa la tua salvezza, le tue ali” (XII, p.73).

La cassa toracica delle meduse è un breve romanzo (136 pagine nello specifico), edito dalla Caravella Editrice, che si legge con avidità, e il talento della diciannovenne Nicolia è tale da lasciare perplessi.

L’esordiente dimostra di possedere una penna armoniosa, sebbene ancora poco cosciente, e attraverso la scelta ponderata delle parole e degli aggettivi provoca nel lettore l’evocazione di immagini vivide. È capace di ricreare nitidamente le scene più crude e quelle più tenere, dando vita a un connubio che ritroviamo in tutta l’opera.

Le parole, dunque, rimandano alle sensazioni tattili e uditive e il lettore è travolto dalle percezioni sensoriali.

È così quando Amanda si sente “come un colore pastello, appena temperato, profuma di legno. E poi diventa ceramica, vetro, carta bagnata come adesso” (XX, p.102). Oppure quando Sebastiano e Amanda fanno l’amore per l’ultima volta e sono “stesi sul letto, come due cadaveri, due caduti in guerra, coi proiettili dentro le ossa, le lance nei polmoni” (XXVI p.129).

O quando dopo l’ennesima lite restano “incastrati, immobili, come un’unica conchiglia sul tappeto, le estremità di uno stesso spago, rovinate, sfilacciate. Come una vita fa” (VII, p.42).

Si tratta di un manoscritto in cui l’attesa della morte si nutre dell’attesa della vita, e non ci troviamo di fronte a pagine impregnate di dolore cupo ma è la speranza a primeggiare, sorretta dall’amore per Lea, basta la sua vista per infondere gioia nel padre. Come quella volta sulla spiaggia, quando aveva trovato una medusa e ne era entusiasta “«ci pensate che non ha un cuoredice che le meduse si lasciano trasportare dalle correnti, si lasciano sciogliere al sole, non si lasciano toccare” come faceva Sebastiano.

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