Scritto da Annamaria Piscitelli il 18/01/2017 alle ore 12:27:51

Hilde Renzi: il teatro con Eduardo e i suoi ottanta anni

Attrice magistrale, membro della compagnia di Eduardo De Filippo, Hilde Maria Renzi è un’icona vivente del teatro di una volta, nonché uno dei pilastri culturali della comunità di Sant’Agata dei Goti, il borgo, nella provincia di Benevento, in cui dirige artisticamente da vent’anni un gruppo di filodrammatici.

 

Entrare a casa sua è come varcare la soglia di una parentesi che si conserva sospesa in questo tempo frenetico e tecnologico, tra foto in bianco e nero, odore di libri vissuti e la sensazione quasi palpabile di una vita piena, troppo intensa per essere raccontata tutta.

Hilde è una donna fiera, diretta. Porta con leggerezza i suoi ottanta anni che non dimostra. Difficile trovare persone della sua età con lo stesso candore ed entusiasmo per la vita pari a quelli di un fanciullo.

Mi aspetta seduta al tavolo leggendo e ascoltando musica nera.

D’altronde, per i primi sei anni della sua vita, ha vissuto in Africa, ad Asmara.

Hilde, figlia di un ufficiale dell’esercito, porta con sé il ricordo di un’infanzia molto serena, tenuta lontana dalle ansie e dalle brutture della seconda guerra mondiale.

Curiosa, temeraria, un po’ ribelle, associa l’Africa all’amenità del paesaggio di fronte casa sua: un lago, tanti alberi su cui arrampicarsi per imitare le simpatiche scimmiette che vi abitavano, una gazzella come compagna di giochi.

Insomma il divertimento, lo spirito della scoperta, la serenità.

Hilde porterà per sempre con sé questo atteggiamento verso la vita.

 

Hai avuto un’infanzia felice. Che figlia eri?

 

Un po’ ribelle e un po’ sorniona. Ma non per cattiveria è che non ho mai tollerato le catene, quindi, nonostante le limitazioni familiari, ho sempre cercato di esplorare il mondo, di seguire ciò che il mio cuore mi diceva in quel momento. Ero una ragazzina socievole, amavo stare in compagnia e scorazzare con gli amichetti per le strade di Napoli, dove mi sono trasferita all’età di sei anni.

 

Cosa rappresenta Napoli per te?

 

Napoli è il mio grande amore. Non ci sono nata, ma è la città in cui mi sono formata e sono cresciuta. L’adolescenza l’ho vissuta lì. Ho ricordi piacevolissimi legati a questa città, anche perché lì è iniziata la mia grande avventura nel mondo del teatro.

 

 

Come hai scoperto la tua passione per la recitazione?

 

Grazie alla mia insegnante di francese, in terza media. Come saggio di fine anno mettemmo in scena l’Avaro di Moliére e io interpretavo Arpagone. Mi sono divertita da morire e lì ho preso coscienza della mia passione, inizialmente più che per la recitazione, per la parola, per la comunicazione. Infatti quando lessi, tempo dopo, l’annuncio sul “Mattino” della ricerca di attori e attrici per la nuova compagnia di Eduardo, decisi di provare senza avere piena coscienza di cosa quest’uomo rappresentasse per Napoli e non solo. La mia non era presunzione, ma semplicità. Vedevo le cose come apparivano senza tanti orpelli, etichette. Mi presentai al provino con un aspetto acqua e sapone e non comprendevo il perché di tanto agghindarsi e truccarsi delle altre ragazze in fila.

 

Ti piace andare all’essenza delle cose?

 

Sono una persona molto limpida e diretta. Anche con il Maestro Eduardo, non mi sono mai sforzata di “sembrare la prima della classe”. Ero semplicemente Hilde, certo, portando rispetto e immensa ammirazione, ma mai adulazione, e credo che Eduardo abbia apprezzato. Non era un uomo incline alla cordialità, ma con me è stato sempre infinitamente gentile.

 

Cosa ti ha insegnato Eduardo?

 

La perseveranza, lo studio, il sacrificio. La sua è stata una vita costellata di immense soddisfazioni professionali, ma anche di grandi sofferenze personali. Per lui non esisteva soluzione di continuità tra vita e teatro. Praticamente nacque tra le travi di un palcoscenico. Non a caso, una delle sue frasi più celebri, pronunciata in occasione del suo ultimo discorso pubblico a Taormina fu: “È stata tutta una vita di sacrifici. E di gelo. Così si fa il teatro. Così ho fatto”.

 

E per te, invece, cos’è il teatro?

 

Per me il teatro è liberazione, nel significato di espressione. La mia passione per la parola, per la comunicazione ha trovato nel teatro il modo di liberarsi, di esprimersi nella maniera che ho sentito più congeniale per me. Il bello del teatro, o meglio della cultura in generale, è proprio la possibilità, forse la necessità, di essere condivisa in modi sempre diversi, a seconda della persona. Non importa solo come assorbi una cosa, ma come la ridai. Se la cultura, sotto qualsiasi forma, rimane una cosa tua, è come se non ce l’avessi; se non serve ad aprire dialoghi, è inutile, sterile.

 

E qui veniamo al tuo ruolo di regista e alla tua compagnia amatoriale, Hilmarè.

 

Hilmarè ce l’ho nel cuore. Dopo essere ritornata a Sant’Agata dei Goti vent’anni fa per accudire mia madre abbandonando la mia carriera, sentivo che avevo ancora qualcosa da dare e una straordinaria coincidenza mi ha fatto iniziare questa nuova avventura. Ho avuto la fortuna di fare della mia passione anche il mio mestiere, ma ti dirò che anche fare la regista mi diverte parecchio. Mi entusiasma svelare i sottotesti di una battuta. Anche se le sceneggiature di Eduardo, che sono il nostro repertorio principale, dicono praticamente tutto, c’è un margine di azione neanche tanto piccolo e lì si inerpica il mio ruolo: svelare il significato di una pausa, di un gesto, di un segno di punteggiatura. È una cosa che ho imparato leggendo centinaia di copioni nella mia vita e, alla fine, ciò rappresenta l’essenza dell’attore: un personaggio, qualunque esso sia, ha una vita propria. La bravura dell’attore sta nel farla venire fuori, pur mettendoci una sensibilità tutta sua.

 

Da due anni si è aggiunto anche un vivace gruppo di ragazzi desiderosi di avvicinarsi al palcoscenico. Cosa ti ha donato questa nuova esperienza?

 

Sono affezionata a questi ragazzi. Ho molto rispetto per loro, perché ho visto un impegno encomiabile in questi due anni, come se non fosse semplicemente un hobby. Mi piace prenderla come una soddisfazione personale: il fatto di essere riuscita a trasmettere sia l’entusiasmo che il senso di responsabilità, sia ai più grandi che ai più giovani, perché, a parte la mancanza di qualche risorsa tecnica, facciamo teatro a tutti gli effetti ed è giusto che se ne comprenda il valore. Anche se a volte sono un po’ dura con loro, spero  mi vogliano bene lo stesso! (ride).

 

Ultima domanda. Sei una donna che ha viaggiato per il mondo, che ha conosciuto personaggi illustri e che ha fatto della sua passione il proprio mestiere. Ancora oggi ti metti in gioco diffondendo l’amore per il teatro. Domani è il tuo compleanno: come vedi questi ottant’anni?

 

(Ride di gusto) Tecnicamente ancora non li ho. Aspetterò domani per iniziare a crederci!

 

 

 

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