Scritto da Ilaria di Mambro il 16/02/2017 alle ore 16:13:29

Giocasta e la forza del destino

Il mito di Edipo al femminile. Episodio I: le origini

Non avremmo potuto attraversare il mito di Edipo, soprattutto in chiave femminile, senza dedicare uno spazio tutto suo all’immensa e ambigua Antigone, ma nemmeno avremmo potuto ignorare il resto della storia, in particolare Giocasta, per noi ritratta dalla giovane illustratrice Atanapotinija.

La fortuna, letteraria e culturale dello sfortunato Edipo è già nella terribile profezia divenuta realtà, che nell’episodio su Antigone abbiamo solo accennato: secondo l’oracolo di Delfi Edipo avrebbe ucciso il proprio padre, si sarebbe unito con la propria madre e, cosa molto importante al tempo, avrebbe causato sciagure alla città.

La profezia dell’oracolo arriva prima a Laio, che con Giocasta decide di abbandonare il proprio figlio legato per i piedi e poi, per vie traverse, anche a Edipo stesso. Peccato che lui creda di essere figlio di Polibo ed erede al trono di Corinto, e da lì fugge, dirigendosi verso Tebe e incontro al proprio destino. Per strada incrocia Laio e, in una banalissima – per noi – rissa per le precedenze, lo uccide. Giunge a Tebe, ma anche prima del suo arrivo non è che in città le cose andassero alla grande con un mostro all’ingresso che divorava chiunque non sapesse rispondere a un indovinello. L’indovinello era incomprensibile proprio come gli oracoli, infatti qualcuno pensa che Edipo avesse ottenuto la soluzione in sogno o da un dio, perché dà la risposta giusta e finalmente libera la città dalla Sfinge. In realtà circolavano tante storie intorno a questo mostro “col volto di donna, petto gambe e coda di una leonessa, e ali di uccello”, per usare le parole della Biblioteca di Apollodoro, che nel II secolo dopo Cristo, raccoglieva miti, leggende e storie di eroi epici.

Va detto però, prima di andare avanti, che nei primi secoli dopo Cristo, un po’ come adesso, si viveva in una specie di globalizzazione, già sotto Alessandro Magno ma soprattutto sotto l’Impero Romano: ecco quindi il desiderio, proprio come certe forme di arte moderna, di riorganizzare il sapere, ma soprattutto di recuperare le tradizioni più bizzarre e sconosciute.

Pausania, un geografo che nel II secolo dopo Cristo scrisse la Periegesi, un viaggio commentato in tutta la Grecia dice che forse “la Sfinge era una figlia bastarda di Laio”; ma l’ipotesi più probabile era che fosse stata mandata anche lei come punizione divina.

Fatto sta che sin dai tempi dei primi poeti epici si parlava di lei e, secondo alcuni frammenti del poema epico dedicato a Edipo, la Edipodia, anche “il caro figlio del prode Creònte, Emone divino aveva ucciso”.

Sconfitta la Sfinge, la profezia si compie, Edipo sposa Giocasta, diventa re di Tebe e prima o dopo aver generato dei figli, si trova a dover affrontare una terribile pestilenza. Ovviamente i nostri eroi cercano un aiuto e un consiglio divino, ed ecco che fa il suo ingresso Tiresia, il più longevo e nominato indovino della mitologia classica! Con un procedimento degno di un giallo moderno – e rileggiamocelo l’Edipo Re di Solfocle! –, con tanto di indizi, testimoni a sorpresa, autoaccuse, viene fuori la terribile verità. Dopodiché, come vada a finire la storia non è ben chiaro e ce ne siamo già fatta una ragione nello scorso episodio, quello che è certo è che Creonte sostituisce Edipo che nel frattempo si è accecato.

Come è terribile sapere, quando il sapere non giova a chi sa!.

Sicuramente la più disgraziata tra le donne di Edipo è Giocasta, la madre, moglie e nonna e la regina. Tutto quello che ha creato lo ha poi macchiato destinandolo alla distruzione, e infatti quasi tutte le versioni del mito si concludono con il suo suicidio.

Ben prima delle tragedie di Sofocle&friends e in contrasto con esse, Omero, quando nell’Odissea descrive gli incontri di Ulisse negli inferi, ci parla anche di Giocasta (per lui Epicasta): sposò Edipo ma “subito noto gli Dei resero il fatto fra gli uomini” e lei, impazzendo di dolore, si uccise. I frammenti dei cicli perduti dell’epica antica, ma anche critici e storici successivi, e soprattutto Pausania, quindi sostengono che Edipo non ebbe figli da lei... La madre di questi bambini fu invece Eurigania.

Ovviamente, il resto della tradizione smentisce questa ipotesi fortunata per tutti tranne che per la povera regina, che comunque muore.

Insieme all’epica, la forma più antica di letteratura greca era la poesia melica, accompagnata da musica, e spesso canti e balli, possibilmente durante banchetti o feste. Si tratta del tipo di poesia che scriveva Stesicoro, un lirico corale del VII-VI secolo avanti Cristo, greco di Sicilia. I suoi lunghi testi nascevano da ispirazioni varie, spesso epiche o mitologiche. Probabilmente suoi sono i frammenti di un papiro che sembra raccontarci la storia di Eteocle e Polinice, ai quali si rivolge preoccupata per l’esito dello scontro fratricida. Sarebbe il primo ritratto indiretto di Giocasta madre e sovrana esemplare, saggia, anche se disperata e scoraggiata: “… non sempre nello stesso modo gli Dei immortali sulla sacra terra disposero agli uomini la contesa incessante … Orsù dunque, figli, alle mie parole date ascolto”.

I poeti successivi si concentrano su questa scena e sul tragico suicidio finale. Stazio nella sua Tebaide in latino, Euripide nelle Fenicie, nel cui prologo fa riassumere direttamente da Giocasta, che ancora ha la forza di pregare, la storia della sua stirpe maledetta.

Per lo più, anche se ama entrambi i figli disperatamente, da brava regina è arrabbiata con Eteocle diventato quasi un tiranno, ma è anche preoccupata per Polinice, che assalta la città come un nemico.

Nelle Phoenissoe di Seneca, unica tragedia senza suicidio finale, Giocasta è più filosofeggiante e politica; di Eteocle, che la condanna all’esilio, dice: “Sconterà una punizione, e anche pesante: dovrà regnare. Il castigo è questo, di sé: “È poca cosa che io sia colpevole, ho reso altri colpevoli; ma anche questo è poco: ho partorito colpevoli”.

Solo nell’Edipo Re di Sofocle e nell’Edipo latino di Seneca, Giocasta si risparmia l’ultimo dolore, non assiste alla lotta tra i suoi figli perché si uccide appena scopre la verità.

In Sofocle si impicca, proprio come Antigone. Sposa leale e regina razionale e coraggiosa, suggerisce a Edipo di distinguere gli dei da indovini e superstizioni. “Ma cosa non dovrebbe temere l’uomo? È dominato dalle vicissitudini del caso e di nulla ha preveggenza certa. La cosa migliore è vivere alla giornata, come capita”. Poi però, all’improvviso, capisce la verità e crolla.

In Seneca, che riprende tutte le altre tragedie, Giocasta si trafigge con la spada di Laio dopo aver assolto Edipo e forse anche se stessa.

È una colpa del destino e nessuno può essere colpevole del proprio destino”.

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