Scritto da Ilaria di Mambro il 29/04/2017 alle ore 13:18:46

Ganimede: miti antichi e polemiche classiche

Il bellissimo e ambiguo Ganimede nei nostri tempi polemici e fluidi potrebbe essere il protagonista di una vicenda scabrosa, e invece, signori miei, ci tocca ripescare il suo mito tra quelli quasi dimenticati. E pensare che dalle fonti antiche la sua storia era data per scontata, un tassello della grande saga troiana.

Oggi questa ennesima prova dell’immortalità e della lungimiranza, non solo letteraria, della multiforme cultura greco-romana è nota probabilmente solo ai classicisti per professione o vocazione.

 

In sintesi Ganimede era il coppiere degli Dei, rapito e portato sull’Olimpo per la sua estrema bellezza.

Ora, se si tiene conto che il ratto, un rapimento a fini erotici, nell’antichità e in letteratura era una prassi piuttosto consolidata, questa ci sembra una storia interessante ma banale. Tuttavia Ganimede era discendente dei fondatori di Troia e a rapirlo, o almeno a volerlo tenere al suo fianco, fu Zeus che addirittura lo trasformò in una costellazione! Si tratta perciò di una faccenda di sequestro di persona e omoerotismo, nei confronti di un giovinetto per di più. Non a caso una leggenda come tante è diventata tema di dissertazioni filosofico-etiche da Platone fino ai “padri della chiesa”. Senza contare che la latinizzazione originale del nome di Ganimede, Catamite, è la versione anglofona e volgare del termine che indica l’omosessuale, anzi, l’efebo.

L’ambiguità efebica di questo eroe è stata resa figurativamente per noi dalla sempre più brava Atanapotinija.

 

Tanto per cambiare, la fonte delle fonti è la poesia epica e Omero che nell’Iliade allude un paio di volte alla “stirpe di Troo” e a Ganimede, “simile ai numi, il più bello fra gli uomini mortali; e gli dei lo rapirono, perché mescesse a Zeus”. Poi, nell’Inno ad Afrodite (pensavate che il re dei poeti non scrivesse anche inni religiosi?), torna sulla questione soffermandosi sulla bellezza del protagonista e sulla tristezza del padre, rimasto solo.

Insomma, da Omero e dai suoi colleghi del “ciclo troiano” sappiamo che Ganimede era figlio o nipote dei fondatori di Troia e che suo padre fu risarcito con ricchi doni.

 

I poeti greci successivi, per primi i lirici e poi gli autori alessandrini, hanno iniziato a dare per scontato il mito, insistendo sull’attrazione fatale di Zeus per il ragazzo e facendo riferimento a un’aquila, vera esecutrice materiale del rapimento. Con gli autori teatrali poi, soprattutto i tragici, la questione si fa ancora più esplicita e per Euripide Ganimede “che pieno di grazia ti muovi tra coppe dorate” è direttamente “amante di Zeus”.

 

È a questo punto che con i filosofi allievi di Socrate (quello del “conosci te stesso”) inizia a porsi la “questione morale”. Ganimede era di fatto diventato simbolo dell’amore omosessuale e Platone, il filosofo per eccellenza, spiega che: “accusiamo i Cretesi di avere inventata la favola di Ganimede perché imitando il dio si potesse godere anche questo piacere”, ma parla anche di “sgorgare di quel flusso che Zeus innamorato di Ganimede chiamò flusso di desiderio, copioso verso l'amante”. Forse proprio collegandosi a questa teoria qualcuno ha pensato che a desiderare Ganimede e a rapirlo, prima di cederlo a Zeus, sia stato Minosse.

Circola anche un’altra storia secondo cui la rapitrice originale sarebbe una dea, Eos o l’Aurora, che ben presto si sarebbe concentrata su un altro giovane, Titono, anche lui discendente dei fondatori di Troia. Proprio per questo c’è chi ha pensato a un’interpretazione sbagliata, quasi uno scambio di persone letterarie.

 

Ovviamente il mito viene recuperato nella letteratura romana, ghiotta di storie e vicende d’amore, e torna nell’immaginario collettivo.

Addirittura, nella Roma dei consoli, prima dell’Impero, prima di Cesare, quando persino i greci ancora erano “extra-comunitari” il poeta comico Plauto parla di Ganimede come soggetto di un quadro. Dall’età repubblicana a quella tardo-imperiale si sprecano i riferimenti in elegie, poesie d’amore, epigrammi… I poeti di epoca imperiale arricchiscono di dettagli e descrizioni il mito, aggiungendo indicazioni sui luoghi, la gelosia di Giunone, lo choc dei compagni. Si concentrano soprattutto sul rapimento e sull’aquila.

Secondo le solite Metamorfosi del solito Ovidio: “[Zeus] battendo l’aria con le false penne, rapì il giovinetto della stirpe di Ilo, che tuttora gli riempie i calici e gli serve il nèttare”, e il più tardo Plinio il Vecchio, autore di una Storia Naturale, aggiunge che “l’aquila sembra capire quale preda rapisca e a chi la porti, dato che cerca di non ferire il giovinetto con gli artigli anche attraverso la veste”.

Non tutti pensavano che Zeus, benché non nuovo a travestimenti, si fosse trasformato nell’aquila, ma semplicemente che fosse una sua fedele servitrice. Così, ad esempio Orazio, amico di Augusto e di Virgilio: “Uccello a cui il re degli dei concesse il primato su tutti gli erranti volatori per averlo riscontrato fedele nel ratto del biondo Ganimede”.

 

L’aquila è un elemento importante anche perché è una prova celeste di questo mito sempre più ricordato in opere scientifiche o erudite greche e latine. “L’efebo dell’Ida”, come lo chiama Ovidio nei Fasti, sarebbe stato trasformato nella costellazione dell’acquario, vicina a quella dell’aquila.

 

A conti fatti, per la maggior parte delle fonti pare che, nonostante la gelosia di Giunone, non se la passasse male sull’Olimpo. “Immortale, e immune da vecchiezza, come gli dei, come ci dice l’Inno omerico ad Afrodite, era impegnato, per usare invece le parole dell’autore epico ellenistico Nonno di Panopoli, a “porgere a turno la coppa inviolata di Ebe divina”, la precedente coppiera, protetta di Giunone.

 

Diverso è il punto di vista degli apologisti. Questi scrittori cristiani, le cui opere, prima che diffondere il cristianesimo, si preoccupavano di confutare le religioni precedenti, soprattutto quella pagana, offrono un’ulteriore variante del rapimento di Ganimede. Ovviamente viene recuperata e gonfiata la condanna dell’amore omosessuale e tutto carnale tra Ganimede e Zeus, aspetto in verità già dibattuto dai filosofi e dai pensatori antichi e non solo.

Viene inoltre diffusa una nuova versione del rapimento con un nuovo colpevole, riportata anche da Sant’Agostino nella sua veemente Città di Dio: “Hanno inventato che per un atto di libidine di Giove fu involato il bellissimo giovinetto Ganimede, reato compiuto dal re Tantalo e dalla leggenda attribuito a Giove”.

 

Insomma, anche per un mito piccolo, poco intricato, c’erano tante tradizioni e interpretazioni. La più romantica, anche se involontariamente, è quella di Senofonte, allievo di Socrate e sonnifero dei liceali, nel suo Simposio (meno fortunato di quello di Platone per la verità): Zeus ogni volta che si innamorò d’anime belle, le rese immortali.

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