Scritto da Ilaria di Mambro il 10/03/2017 alle ore 14:41:31

Euridice e Orfeo: l’amore che sfida la morte

Orfeo era una specie di star nel mondo antico. Con il canto e la sua lira, era capace di ammansire persino gli animali; figlio di divintà, eroe, argonauta, fondatore mitico di culti religiosi, eppure per noi la storia di Orfeo è prima di tutto la storia di Orfeo&Euridice, riadattata da poeti e scrittori, messa in musica da compositori e cantautori e in scena da registi, in film e addirittura cartoni animati, scolpita – a tal proposito vi consiglio di dare uno sguardo alla meravigliosa opera di August Rodin –, o illustrata, come ha fatto per noi la bravissima Atanapotinija.

 

Tantissimi poeti e storici dell’antichità hanno omaggiato Orfeo, le sue origini divine o semi-divine, le sue imprese e le sue doti, i suoi amori più o meno trasgressivi e le mille ipotesi sulla sua tragica morte. Potremmo scrivere righe e righe solo su di lui. Tuttavia, il nostro primo interesse resta sempre l’amore e, più che mai nella settimana della festa della donna, le eroine che lo provano o lo suscitano, anche se questa volta, anziché immedesimarci in una guerriera inarrestabile e monolitica, ci commuoveremo per una donzella da salvare.

 

Il momento più famoso ed emblematico della vicenda che stiamo per raccontare è senza dubbio la discesa negli inferi per recuperare la donna amata: un vero amore che sfida la morte.

Ma la “catabasi” di Orfeo non è certo l’unica sfida alla morte della letteratura greca. Non è un caso che troviamo una delle più antiche allusioni al cantore mitico nel dramma della risurrezione per eccellenza, l’Alcesti di Euripide (ve lo ricordate il tragediografo originale, quello dei finali a sorpresa e della lotta al sistema?). Si tratta, in sintesi, della storia di una moglie che si sacrifica per il marito ma viene riportata in vita da Eracle.

Nemmeno è un caso che il filosofo Platone nel suo Simposio sull’amore, sempre nel V secolo, abbia contrapposto il sacrificio vero di Alcesti alla capacità di persuasione di Orfeo cantore/cialtrone che “mandarono via dopo avergli mostrato il fantasma della moglie… poiché sembrava di animo debole… preoccupato solo di riuscire a entrare vivo nell’Ade”. Per lo più, però, le doti di Orfeo erano apprezzate, soprattutto dai retori e sofisti, criticati da Platone e che vivevano proprio di discorsi, anche fini a se stessi.

 

Il primo a dirci qualcosa di più sulla nostra favola è un autore ellenistico del III secolo; si chiamava Ermesianatte e secondo la moda del tempo aveva dato alla sua raccolta di poesie il nome della donna amata, Leonzio. Da Ermesianatte scopriamo che “Orfeo, armato di cetra, va a recuperare nell’Ade Agriopea… e alla fine li persuade”. Per noi invece, la fanciulla porta il nome Euridice che le ha dato il poeta ellenistico Mosco nel canto funebre per il collega Bione.

 

Euridice era una driade, una ninfa degli alberi e dei boschi, e proprio nei boschi, su un prato, “la sposa di Orfeo morì per il morso di un serpente: ce lo raccontano Apollodoro nella sua Biblioteca, ma soprattutto Ovidio e Virgilio, gli autori latini dell’età e del circolo dell’Imperatore Augusto che hanno reso eterna questa favola d’amore sfortunato.

In realtà, la tradizione con il lieto fine era andata per la maggiore fino all’età ellenistica, ma da un certo momento è stata recuperata quasi solo da eruditi di vario tipo in cerca di varianti o spiegazioni per le loro teorie.

 

I poeti latini, in effetti, hanno accolto tutte e due le possibilità: Orfeo aveva convinto i Mani, le divinità dell’oltretomba a restituirgli Euridice a patto di non voltarsi fino al ritorno in superficie, tra i vivi, ma il vero amore odia gli indugi, non li sopporta: e così, per la smania di vedere il suo dono, lo perdette ecolei che era nata una seconda volta muore”.

Nelle due tragedie di Seneca dedicate a Ercole (di nuovo lui!), Hercules furens e Hercules Oetatus, la lode è tutta per il canto di Orfeo, capace di ammansire le belve, mettere in pausa le pene, commuovere divinità e giudici infernali. Insomma, dei versi strazianti, che in entrambi i drammi si concludono la perdita della vita riconquistata.

 

Ovidio, nel libro X delle Metamorfosi racconta per bene tutta la storia che abbiamo ricostruito finora e precisa tristemente che Euridice al momento della morte aveva appena sposato Orfeo e che a dare a lui la triste notizia era stato Imeneo, il figlio di Apollo che proteggeva i matrimoni. Subito la corsa oltre lo Stige, al cospetto di Persefone e di Plutone, la richiesta cantata con tanto di allusione al rapimento/catabasi della dea, la commozione generale, la concessione e il patto, ancora una volta rotto: “nel timore che lei ricomparisse, pieno d’amore, si voltò… in quell’istante, come risucchiata da un vortice implacabile, Euridice scivolò indietro e tendendo le braccia cercava invano di aggrapparsi a lui e d’essere afferrata ma, infelice, altro non strinse che l’aria sfuggente”. Il racconto si conclude con Orfeo che cerca disperatamente di essere riammesso, o ammesso, nel Tartaro e piange ininterrottamente e invano per sette giorni.

 

In Virgilio il tempo del dolore è addirittura maggiore “per sette lunghi mesi senza tregua… e sempre la perduta sua Euridice pianse”.

Nella quarta egloga delle Georgiche, un poema colto e pieno di riferimenti letterari sulla vita nei campi, Virgilio scrive un epillio, un piccolo poema epico legato a un’altra storia (un po’ come aveva fatto Catullo con Arianna, vi ricordate?), quella di Aristeo, pastore e apicoltore figlio di Apollo e innamorato di Euridice. Per sfuggire alle sue avances la driade stava correndo nel prato in cui la morde il serpente. Subito piange tutta la natura, le ninfe compagne di Euridice e Orfeo, “ormai solo con sé stesso per lidi deserti canta il suo amore” e il suo dolore fin nell’oltretomba. Il patto in questo caso è proposto dalla sola Proserpina, ma ancora una volta viene infranto, per l’irrazionale desiderio di vedere l’amata che, affranta, non può che allontanarsi: “Orfeo, quale follia, ahimé, ci ha separati e distrutti? Di nuovo il crudele destino mi chiama”.

 

A un amante dell’amore e del lieto fine a tutti i costi non resta quindi che consolarsi facendo propri, tra tutti, i versi di Ovidio. Nelle Metamorfosi anche il doloroso addio diventa una conferma: “Ella, morendo per la seconda volta, non si lamentò; e di che cosa avrebbe infatti dovuto lagnarsi se non d’essere troppo amata?”; ma soprattutto nel libro XI, dopo il racconto della morte di Orfeo, leggiamo che “ritrova Euridice e la stringe in un abbraccio appassionato. Qui ora passeggiano insieme: a volte accanto, a volte lei davanti e lui dietro; altre volte ancora è invece Orfeo che la precede e, ormai senza paura, si volge a guardarla”.

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