Scritto da Ilaria di Mambro il 15/12/2016 alle ore 17:17:31

Eccomi | Jonathan Safran Foer

“Eccomi”, “Hinneni”, è la risposta che Abramo dà a Dio quando viene chiamato, e quindi salvato, nel momento del sacrificio supremo. È un punto cruciale della cultura ebraica e insieme a “kein briere iz oich a breire”, “anche non avere scelta è una scelta”, è il messaggio centrale di Eccomi, l’ultimo, apprezzatissimo romanzo di Jonathan Safran Foer. Il libro dell’anno, secondo la recente classifica di qualità di “la Lettura”, è stato edito in Italia ad agosto, in contemporanea con gli Stati Uniti, nella collana Narratori della Fenice di Guanda e tradotto da Irene Abigail Piccinini.

 

Si tratta di un libro corposo, quasi il doppio dei primi due romanzi di Foer pubblicati in Italia (Ogni cosa è illuminata e Molto forte incredibilmente vicino), ricco di pagine, ben 672, ma soprattutto di contenuti, di conoscenze e di emozioni. Si intrecciano storie, temi e generi letterari.

La crisi di una coppia felice e apparentemente soddisfatta, unica ma uguale a tante altre, diventa la cornice in cui emerge la storia della loro famiglia, dei sogni infranti e delle speranze degli adulti di oggi, del difficile passaggio al mondo dei “grandi”, della generazione che li e ci ha preceduti, dello stato di Israele e di tutti gli ebrei.

 

“Troveremo il modo. Che strana promessa, pensò Julia, considerando che il punto del discorso che stavano provando era esattamente che non riuscivano a trovare il modo. Non insieme”.

 

È una storia d’amore, è una storia di formazione per ragazzi ed è una storia di fantapolitica. Sono tanti i punti di vista e linguaggi che si intrecciano in Eccomi.

Foer chiama in causa e si serve di  tutti i mezzi di comunicazione moderni per narrare la distruzione dello stato di Israele che si compie parallelamente alla distruzione della famiglia Bloch: radio, giornali, chat, sceneggiature televisive e messaggini raccontano una storia autonoma che svela e chiarisce ciò che i protagonisti non vogliono mostrare.

 

“…era troppo amore per essere felici. Amavo il mio bambino al di là della mia capacità di amare, ma non amavo l’amore. Perché era opprimente. Perché era necessariamente crudele. Perché dentro il mio corpo non ci stava, per cui si deformava in una specie di ipervigilanza straziante che complicava quella che avrebbe dovuto essere la cosa meno complicata di tutte: accudire e giocare. Perché era troppo amore per essere felici”.

 

Talvolta il romanzo sembra arenarsi, impantanarsi in tanti, tantissimi dialoghi, alcuni un po’ ripetitivi, un po’ ridondanti e probabilmente corredati di qualche spiegazione di troppo, soprattutto considerati i numerosi e illuminanti salti cronologici intorno alle quattro settimane in cui si dipana la trama. Eppure, una sottile e brillante ironia resiste, sempre sottesa alla solennità e alla drammaticità di alcuni snodi e situazioni. Sembra (al lettore ignorante forse?) la cifra tipica del brillante ebreo che riconosciamo anche nei film di Woody Allen e che si contrappone, ma in realtà si unisce, alla millenaria cultura ebraica incarnata, nel romanzo, dal bisnonno Isaac, il rapporto con il quale è riassunto dalle parole del maggiore dei figli di Jacob, il protagonista: “La mia famiglia si preoccupa molto di preoccuparsi di lui ma non abbastanza da preoccuparsi davvero”.

 

Tuttavia, di un romanzo così articolato, di tante trame, di tanti interrogativi, culturali e intimi sollevati, il fulcro è la forza e l’ineluttabilità dell’amore.

Non c’è crisi identitaria, non c’è dramma familiare, non c’è catastrofe mondiale che tenga, che traini di più l’attenzione del lettore, anche se è un amore che è stato e ora non è più.

 

“kein briere iz oich a breire… anche non avere scelta è una scelta. Il matrimonio è il contrario del suicidio, ma è l’unico atto di volontà che abbia la stessa definitività”.

 

O forse è solo il parere di un’inguaribile romantica.

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