Scritto da Amalia Panella il 10/11/2017 alle ore 15:34:56

Appunti di meccanica celeste | Domenico Dara

Nel piccolo paese di Girifalco gli uomini, come megaptere, sembrano seguire “traiettorie già tracciate”, ognuno incastrato in uno spazio ben preciso di un ingranaggio che si muove da sempre verso la stessa direzione.

A ognuno pare che sia assegnato un ruolo da interpretare, un destino felice o infelice a cui consegnarsi impotente. Come Mararosa, “la mala”, imprigionata nella collera che nutre per il mondo e soprattutto per Rorò, “la venturata”, a cui, invece, è toccata una vita piena e felice con lo sposo che desiderava, Sarvatùra.

Domenico Dara in Appunti di meccanica celeste, pubblicato nell’ottobre 2016 da Nutrimenti, ci riporta nel paese natio, in Calabria, dove è ambientato anche il suo romanzo d’esordio.

Un libro che si legge facilmente sebbene si tratti di una lingua forbita, quasi poetica, contaminata dal dialetto calabrese che rende le scene più espressive.

Una scia luminosa, in una notte estiva, accende una speranza in ognuno dei sette personaggi che popolano il romanzo di Dara. È una stella cadente a mettere in moto l’ingranaggio di meccanica terrestre che questa volta inverte i suoi movimenti.

Talvolta la vita offre una seconda possibilità e forse non ce ne accorgiamo perché questa opportunità non è la ripetizione dell’evento. L’occasione ritorna per una via secondaria. Nell’universo i cicli ordinati ricorrono ma non si presentano mai allo stesso modo: siamo parte di un sistema aperiodico in cui le traiettorie sono identiche ma non sovrapponibili”.

E infatti, quella notte, i cittadini di Girifalco, pur con gli occhi al cielo per ammirare la stella, di quella possibilità non si accorgono.

Lulù “il pazzo”, nella cui testa tutto entra ed esce come “acqua in un panàru” continua a sognare il ritorno di màmmasa da cui fu trascinato via anni prima. Concetta, “la secca”, continua a subire le piccole morti quotidiane a causa della sua sterilità.

Archimedu, “lo stoico”,  che “schiva i fatti umani come morsi mortali”, cerca conforto nell’oggettività della scienza, nello studio dell’infinita grandezza dell’universo.

Don Venanzio non smette di sedurre tutte le donne, i cui corpi sono diventate “preghiere imparate a memoria”. Caracantulu, invece, è rassegnato a una esistenza mal riuscita e poi Angeliaddu, “il figlio” senza un padre, per il suo ciuffo bianco è destinato alla sventura.

Ma “c’è un momento nell’universo, in cui ogni cosa si armonizza: le stelle e i pianeti si allineano, le rotazioni coincidono, le rivoluzioni si sovrappongono, le onde gravitazionali si accordano ai cuori degli uomini. In quell’istante il caos si ricompone”.

Durante la notte della stella cadente, in cui l’aria profuma di rosmarino, arriva nella cittadina calabrese il circo e “milioni e milioni di possibilità iniziano a sfiorarsi”.

Domenico Dara, che con questo romanzo vince il Premio Stresa e conquista un posto tra i candidati al Premio Strega 2017, contrappone l’immensità dell’universo con la piccolezza del microcosmo Girifalco, intrecciando, con maestria, esistenze diverse.

Nelle 365 pagine sembra che riecheggi il pensiero di Marsilio Ficino, filosofo e astrologo al servizio di Lorenzo De Medici, che pur riconoscendo il peso di un caso che disegna le traiettorie degli uomini, e che lo studioso riconosce nella mano divina, pone l’uomo al centro del mondo come artefice del proprio destino, ruolo che lo stesso Dara, a un certo punto, riserva ai suoi personaggi.

E poi comune è anche il ricondurre tutta all’allegoria, al simbolo, nel romanzo infatti, i numeri, i luoghi e i nomi ritornano andando a comporre altri significati.

Nell’opera di Dara, infine,  ritroviamo la stessa ossessione per i corpi celesti che Ficino utilizza addirittura come guida anche per interpretare la musica.

I pianeti e le costellazioni diventano metafora della vita, diventano conforto per gli immobili come Archimedu e per Lulù il pazzo un luogo sicuro sotto il quale ci si sente tutti uguali “signori e villani, brutti e belli, spìccati e scemunìti e pure la nostra miseria, pure ìdda non sembra più solo nostra”.

Acquista il libro

 

 

 

Share on: