Scritto da Ilaria di Mambro il 03/02/2017 alle ore 15:03:27

Antigone contro tutto e tutti

La saga di Edipo al femminile. Episodio II: dopo la scoperta.

Antigone è la figlia di Edipo, il più noto e (psico)analizzato eroe, o forse vittima, della mitologia antica. Non c’è uomo dell’epoca moderna che non abbia sentito parlare del “complesso di Edipo” studiato da Sigmund Freud. Non la storia dell’eroe che sconfisse la Sfinge – il mostro che uccideva chiunque non rispondesse ai suoi indovinelli –, ma dell’uomo che, inconsapevole, anzi, volendo sfuggire a tremendi e incestuosi presagi (a causa dei quali era stato abbandonato appena nato), lasciò patria e genitori adottivi e finì per uccidere il proprio vero padre, sovrano di Tebe e sposarne la moglie, sua madre Giocasta.

 

Antigone mostra “l’indole fiera di un padre fiero”. È un’eroina di nicchia, amata da intellettuali e filosofi, simbolo etico e politico di giustizia e di libertà e oggetto di decine di riscritture.

Le rappresentazioni figurative la ritraggono sola e dall’aspetto diafano, sconvolto, così come la immortala per noi la giovanissima illustratrice e maturanda al liceo classico Atanapotinija.

 

Di fatto, il successo e la grandezza di Antigone vengono da Sofocle, il più tragico tra gli autori teatrali ateniesi del V secolo. Al tempo di Pericle, quando Atene era una città molto potente e culturalmente viva, Sofocle scriveva storie di eroi eccezionali ma incompresi e isolati. Così fece con la figlia di Edipo, creando una lunga tradizione tutta teatrale.

In realtà lui è il padre della versione più nota di tutta la saga di Edipo. La organizzò in una trilogia drammatica più un un’opera buffa e a lieto fine (il “dramma satiresco”) secondo le regole delle Grandi Dionisie, una specie di Oscar del teatro antico, ma aperto a tutti i cittadini e a spese dei più ricchi.

Nell’epica, nella poesia lirica, nella storiografia, continuarono a intrecciarsi varie versioni su Antigone, lasciata, però, sempre in secondo piano rispetto alla sorte di Edipo e degli eredi del suo regno.

 

Dopo la rivelazione sulle sue origini e il suo matrimonio incestuoso, Edipo andò in esilio. Col trono vacante scoppiò tra i suoi figli Eteocle e Polinice una sanguinosa lotta per la successione che si concluse con la morte di entrambi.

Questa triste vicenda è il vero motore della leggenda di Antigone, la premessa. Ce la racconta Eschilo, il più antico dei tragediografi, nei Sette contro Tebe.

 

Antigone voleva assolutamente,“benché donna, far la tomba” a entrambi i fratelli, ma Polinice era fuggito per cercare rinforzi e aveva attaccato la città dall’esterno, divenendo nemico della patria e meritandosi così il divieto di sepoltura!

Lei aveva provato a convincere la debole e spaventata sorella Ismene, ma, poi aveva fatto da sé: “Resta pure qual vuoi essere, è bello per me, morire in questa impresa. Cara a lui che mi è caro giacerò, per un santo crimine!

Addirittura, secondo un poeta latino del I secolo, Stazio, autore di una Tebaide epica, era entrata in competizione con la moglie di Polinice, Argia, per chi dovesse seppellire il cadavere, nonostante rischiassero la pena di morte!

 

Fatto sta che seppellì il fratello e si scontrò con Creonte, padre del suo promesso sposo Emone e fratello di Giocasta, e perciò ultimo detentore del potere, ultimo garante delle leggi cittadine e, suo malgrado, simbolo delle leggi cieche e ottuse e, per qualcuno, anche della tirannia e del maschilismo.

Non ho pensato che i decreti avessero il potere di far sì che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte degli dei, leggi immutabili che non sono di ieri né di oggi, ma esistono da sempre … Per timore di un uomo io non potevo subire il castigo degli dèi.

Neppure Emone convinse il padre a non condannare a morte Antigone, tra l’altro destinata a essere sepolta viva; ci riuscì l’indovino Tiresia, ma troppo tardi: Antigone si era impiccata, forte delle sue idee, spingendo al suicidio anche Emone, disperato e seguito a sua volta dalla madre Euridice. “Quale sopruso subisco, io, dei vostri re ultima figlia, solo perché onorai la pietà”!

C’è stato chi ha provato ad assolvere Creonte dalla colpa della giustizia ingiusta, infatti secondo una tradizione (tragica ovviamente), a uccidere Antigone fu Laodamante, il figlio di Eteocle.

 

Comunque, della storia sviscerata da Sofocle, Euripide, il più originale tra i poeti tragici, famoso per i suoi finali a sorpresa con tanto di guest star divine, ha ricavato ben due versioni.

La sua Antigone fu aiutata da Emone a rendere gli onori dovuti al fratello e, ammiccando a un passo dell’Odissea, i due si sposarono e generanono Menone.

Nelle Fenicie invece la nostra eroina, insieme a Edipo, veniva esiliata da Creonte solo dopo la guerra fratricida “misera, tra le vergini tebane, nessuna lo è più di me”, più che mai desolata per non aver evitato lo scontro tra i fratelli, non aver potuto seppellire Polinice e aver rifiutato Emone, minacciando addirittura di ucciderlo durante la prima notte di nozze.

Nella versione latina, le Phoenissoe, scritta da Seneca, filosofo, letterato e precettore dell’Imperatore Nerone, la forza di Antigone si sprigionava tutta verso il padre-fratello, che già accompagnava nell’esilio, nel tentativo di convincerlo a intervenire ed evitare la catastrofe familiare e cittadina: “solo tu puoi stornare le minacce di un’empia guerra”, ma Edipo riconosce solo la sua, ormai proverbiale, devozione: “Tu sola puoi insegnare l’affetto familiare nella nostra casa”!

 

Antigone, come dice il suo stesso nome, è una donna “contro”, contro la sua stirpe e la sua storia maledetta, contro il suo ruolo sociale di donna obbediente e subalterna, ma soprattutto contro la forma, contro le aride leggi, e i meccanismi del potere. “Io sono fatta per condividere l’amore, non l’odio”, anche se la sua forza si sprigiona nello scontro con tutti i personaggi con cui si rapporta e il suo amore, tutto per la famiglia, non è mai tenero o costruttivo, ma è un susseguirsi di riti e doveri che si spingono fino alla morte, al di là della ragione, “Di Acheronte la sposa sarò”.

 

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