Scritto da Valentina Barile il 23/02/2017 alle ore 11:05:30

A dime a dozen | Stefano Marelli

Editore: Rubbettino editore

Anno: 2016

Pagine: 308

A dime a dozen, il titolo, il finale, il ciclo della narrazione di Stefano Marelli che comincia e poi finisce con questa parola chiave. Nel mezzo corrono tante cose: stati d’animo, dinamiche di vita, il macro e il microcosmo. I personaggi sono forti, hanno le sorti della narrazione in mano, proprio come quelli dell’Hemingway cui si seguono le tracce.

Una scrittura liscia, semplice. Per fortuna. Perché la trama è acrobatica, fa voli qua e là. Digressioni che mantengono il ritmo di una armonia calda e costante. Per forza! Con una storia così preziosa, forte, massacrante, disgraziata. Senza miele, senza amarezza. Con cinico romanticismo. E se non fosse stata così la penna di Stefano Marelli, probabilmente, non avrebbe funzionato questo romanzo.

Miller, il protagonista, comincia i suoi passi così:

Quando ormai quasi al tramonto levammo le tende, noi bambini chiedemmo di fare il viaggio di ritorno tutti insieme, su quel meraviglioso camion militare. Fu così che mi separai dai miei genitori. Loro sarebbero rientrati, insieme a un’altra coppia, a bordo di un Willys. Sta di fatto che, dopo pochi minuti di strada, dietro una curva cieca, trovammo la macchina dei miei genitori infilata sotto un bus che risaliva la strada in senso contrario. I quattro passeggeri erano morti sul colpo, sbalzati dalla jeep contro il muso della corriera. Al pic-nic tutti avevano bevuto parecchio, immagino. Era il 1° settembre del ‘52 e io rimasi da solo. Avevo perso la mamma, il papà, l’America”.

E Miller incanta chi legge dall’inizio alla fine, facendoti credere che a un certo punto la situazione diventa statica. Quando stai per crederlo, arriva l’alienazione definitiva, il colpo di scena. In quel momento, non puoi distaccarti dalla trama. Devi solo correre cavalcandone il ritmo. Fino a goderti il finale. Tutto!

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