Scritto da Ilaria di Mambro il 13/01/2018 alle ore 20:19:08

A che servono i Greci e i Romani? | Maurizio Bettini

 

Licei classici in festa venerdì 12 gennaio, per la quarta edizione della notte nazionale del liceo classico. Quest’anno ben 400 istituti in tutta la nazione hanno partecipato, svelando e chiarendo ancora una volta l’attualissimo valore di tale percorso.

Complici anche alcune innovazioni come la sperimentazione del liceo quadriennale, difficilmente compatibile con la mole di esperienze e competenze che dai greci e romani, attraverso epoche, discipline e tecniche dovrebbero arrivare ai nostri giovani, la scuola un tempo regina continua a essere al centro di dibattiti e riflessioni. Le iscrizioni ai licei sono in crescita, ma il liceo scientifico, con il controverso indirizzo “delle scienze applicate”, privo dello studio del latino, domina sugli altri e il classico continua ad essere fanalino di coda

 

Già lo scorso anno, in questa stessa occasione, Zeugma aveva fatto il punto della situazione delle opinioni, dei pareri e degli scritti sul tema ai quali quest’anno si è aggiunto Il liceo classico: qualche idea per il futuro (Salerno editrice), l’interessante e piacevole libello del professor Michele Napolitano, da noi segnalato e apprezzato.

Anche la Società editrice Dante Alighieri, quella dell’imprescindibile vocabolario di greco Rocci, ha cercato di adattarsi alle attuali forme della comunicazione e dello studio, con una nuova edizione dell’illustre dizionario e la presentazione dell’agevole vocabolario di latino Max.

 

Notevole nel mare magnum di saggi, pamphlet e manuali più o meno romanzati sullo studio dei classici è stato l’intervento di Maurizio Bettini, insigne filologo e fondatore del “Centro antropologia e mondo antico” di Siena, curatore della collana mitologica di Einaudi e collaboratore di la Repubblica. Proprio dalle pagine dello storico quotidiano, il professore ha spesso lanciato provocazioni e spunti di riflessione e, inevitabilmente, di discussione pubblica, come l’interrogativo sul valore della traduzione fine a se stessa come prova d’esame.

Ha ordinato e raccolto i suoi pensieri nei ventitré capitoletti più un prologo che compongono A che servono i greci e i romani? edito da Einaudi poco meno di un anno fa.

 

Il perno dei suoi ragionamenti è già presente in copertina (secondo la scelta grafica della collana Le vele): “Se non leggeremo piú l’Eneide perderemo contatto non solo con il mondo romano, ma anche con ciò che è venuto dopo. Perdere Virgilio significa perdere anche Dante, e cosí via.

Specialmente la prima parte dell’opera insiste su quella che, alla fine, Bettini definisce “memoria culturale” distinguendola dalle radici culturali perché frutto di una scelta, la deliberata decisione di mantenere vivo un patrimonio che è la vera base della nostra identità, e quindi delle nostre possibilità, uno straordinario flusso ininterrotto di memoria che si propaga spontaneamente all’interno della nostra tradizione… e si perpetua anche in coloro che non ne hanno consapevolezza.

Bettini ricorda intelligentemente, portando come esempi il sistema scolastico del Giappone, dell’India e dei paesi arabi, lontani da noi, eppure parte dello stesso mercato globale, che “la questione non è tanto se mantenere l’insegnamento delle materie classiche nella scuola italiana; quanto decidere se si vuole o meno conservare un legame linguistico e quindi culturale con il passato della civiltà a cui si appartiene”.

 

Il libello, quasi un saggio per lucidità dei ragionamenti e stile, è infatti diviso grossomodo in due sezioni: una dedicata più in generale al patrimonio e al cambiamento culturale della nostra nazione, come la predominanza di un lessico e di un atteggiamento mentale tutto economico ed utilitaristico; l’altra incentrata invece sulla necessità di svecchiare e adattare al succitato cambiamento culturale il nostro approccio al mondo antico e ai classici.

 

Bettini mette in guardia sull’ambiguità del verbo “servire”, cioè essere utile, ma anche essere servo. La risposta è nella pazienza, in “un movimento di creazione e di pensiero a cui non si chiedeva di servire subito, direttamente e verticalmente alla vita pratica, ma anche orizzontalmente,… fino al momento in cui questo fascio di forze verticali prendeva anche la sua via verticale, pratica, diretta”!

 

La seconda sezione parte dalla consapevolezza dell’“alterità dei classici”, linguistica, artistica e soprattutto culturale in senso lato, e quindi dall’impossibilità di inserirli nelle nostre categorie a partire dall’idea stessa di “storia della letteratura”, assente in latino: “per loro litteratura indicava semplicemente la conoscenza e l’uso delle lettere, litterae, dell’alfabeto”.

Da questa presa di conoscenza nascono le proposte più pragmatiche e note di Bettini: dalla necessità di riformulare il canone degli autori classici a quella di ripensare la prova della maturità uscendo dall’idea un po’ chiusa della versione di greco o latino priva di contesto e analisi.

Non a caso, scrive Bettini: “Se non è al fine di imparare a parlarlo, e neppure per sviluppare le capacità intellettuali degli studenti, la risposta non può essere che questa: lo si deve apprendere per riuscire a tradurlo, ovverosia per poter tradurre e interpretare i testi che la civiltà romana ci ha lasciato”.

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