Scritto da Amalia Panella il 07/04/2017 alle ore 16:55:49

Una speranza ostinata | Max Manneheimer

Una speranza ostinata è l’unica opera scritta e pubblicata da Max Mannheimer. È un diario, nel quale risuona potente e irremovibile una dichiarazione di speranza per il futuro dell’uomo, la stessa speranza che anima ogni essere umano anche se sopraffatto dalle più orribili avversità: una speranza ostinata.

Sto sempre vicino a Poldi Gelbkopf. È sì un ragazzo secco, ma tenace. Se mi metto dietro di lui non sembro più tanto magro. Il mio fisico sembra più largo. A cosa non si pensa quando si vuole sopravvivere. E io voglio sopravvivere”.

L’autore ceco in “Una speranza ostinata” narra la sua storia di sopravvissuto agli “esperimenti, patiboli, camera a gas” che contribuirono allo sterminio di milioni di ebrei e non solo, perpetrato in Europa dal regime nazista dal 1941 al 1945.

Solo dopo quasi vent’anni dalla fine dell’Olocausto, nel 1964 il reduce ebreo, credendo che un tumore lo stesse portando alla morte, decide di descrive quegli anni spaventosi. Pochi giorni gli bastano per raccogliere le memorie da donare alla figlia Eva. Lei non sa ancora che quel 99728 sull’avambraccio sinistro del padre è il marchio indelebile che lo identifica come appartenente “all’èlite di scheletri”, un detenuto nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau dal febbraio al novembre del 1943.

Arrivano molti detenuti con abiti a strisce. Con cartellini. Con aghi per tatuaggi. Chiamano per nome. Per l’ultima volta. Dopo conteranno solo i numeri di matricola”.

L’opera, di cui Claudio Cumani ha curato la traduzione e Paolo Rumiz la prefazione, è pubblicata in Italia nel 2016 da Add editore.

Con occhio freddo e penna limpida lo scrittore dà forma a una cronaca lucida, in cui le scene, anche quelle più disumane, sono fotografate in maniera nitida, non deformate dall’emozione né dalla compassione. L’autore illustra con minuzia le norme vigenti nei campi, la gerarchia dei funzionari e i termini coniati per il “sistema campo di concentramento” e, nonostante l’uso della prima persona, produce una testimonianza critica e oggettiva, e il giudizio è lasciato alle immagini descritte.

Come di consueto, al rientro della nostra squadra di lavoro veniamo contati. Anche la musica risuona come al solito. I nostri occhi voltati a sinistra vedono la seguente scena: su assi inclinate e appoggiate al blocco a sinistra del portone giacciono sei detenuti con il ventre squarciato. Gli intestini cascano fuori”.

La famiglia Mannheimer vive a Neutitschein, in Repubblica Ceca. Nel 1939 sono costretti a lasciare la loro casa per spostarsi a Ungarisch-Brod, con la speranza di sfuggire alla persecuzione insensata.

Noi giovani non pensiamo però che ci attenda qualcosa di particolarmente grave. (La convocazione) Ci colpisce tutti, siamo uniti, possiamo lavorare, abbiamo sempre lavorato”.

Da qui inizia il viaggio dell’orrore, che seguiamo dalle mappe che troviamo di tanto in tanto nel libro. Veniamo prima condotti nel centro di raccolta di Theresienstadt e poi in un vagone diretto al campo della morte in Polonia. Ad Auschwitz il protagonista vedrà per l’ultima volta i suoi familiari, compresa la moglie Eva; fa eccezione Edgar, il fratello minore che riesce a sopravvivere a quel genocidio.

Inizio di febbraio senza cappotto. Senza berretto. Senza cibo. Senza genitori. Senza fratelli, mogli. Senza casa. Senza aiuto. Senza speranza”.

Poi arriviamo a Varsavia, dove lo scrittore viene inviato per ricostruire il ghetto distrutto dalla rivolta e infine a Dachau mentre la guerra sta per terminare con la sconfitta di Adolf Hitler.

Il 30 aprile 1945 Max ed Edgar aprono “la porta della libertà” di un vagone in cui erano stipati da giorni e che vagava, per ordine dei tedeschi, attraverso il centro Europa.

“Una speranza ostinata” è un manoscritto breve, in cui ostinato è l’attaccamento alla vita da parte dell’uomo che, privato di qualsiasi diritto, qualsiasi bene materiale e non, cerca di custodire a tutti i costi la fiamma della propria esistenza.

È così per Max, che pur avendo perso tutto, si mostra ancora utile, forte e instancabile: si propone per fare qualsiasi lavoro, nonostante i suoi 47 chili, la sete, la fame, le botte, la paura, “sempre e ancora paura”. Mangia bucce di patate, briciole di pane stantio, le elemosina se necessario pur di sopravvivere.

In quei giorni, tutti uguali, riesce a trovare conforto nella speranza che si unisce al dolce ricordo di “un tempo senza filo spinato. Senza fame. Senza fango”, ma anche in una coperta o in una scodella di minestra.

Vado al blocco, prendo una scodella e non credo ai miei occhi. Ernest Landau mi aspetta veramente. Mi dà della minestra. Lo ringrazio. Il mio rapporto con Ernest Landau sarà per sempre segnato da quel gesto”.

Sono pagine in cui la tenacia dell’uomo che non è più uomo emerge con forza per ricondurlo a sé e all’umanità; è una tenacia che si ritrova in qualsiasi genocidio, in qualsiasi tempo e in qualsiasi essere umano.

Max Manneheimer dal 1985 diffonde la propria testimonianza nel mondo, viene insignito di numerose onorificenze e gli viene intitolato il Centro di Studi giovanili presso il memoriale di Dachau. Porta avanti la propria missione liberatrice di “testimone e non di giudice” fino agli ultimi giorni di vita nel 2016.

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