Scritto da Ilaria di Mambro il 16/11/2017 alle ore 15:11:31

Le sirene, il mare e Partenope

Se scrivo “sirena” il pensiero corre subito al mare, a fanciulle irresistibili con la coda di pesce e la voce melodiosa. Bellezza, struggimento e suoni paradisiaci, e in un attimo e ci si ritrova a pensare a Napoli, a Partenope, la città dell’amore.

E proprio a Partenope, ritratta per noi da Atanapotinija, Zeugma ha dedicato il suo ultimo seminario. Era in corso la quarta, fortunata e ricchissima edizione di Ricomincio dai libri, la fiera napoletana dell’editoria indipendente che quest’anno ha invaso le suggestive sale dell’Ex Ospedale della Pace.

 

In un avventuroso percorso cronologico abbiamo raccontato Napoli attraverso gli occhi di poeti e scrittori, più o meno distanti ma imprigionati per sempre dal sortilegio di questa città, il sortilegio d’amore di Partenope, alter ego e protettrice di Napoli e oggetto di tante leggende diverse, tre in particolare.

 

Boccaccio, che a Napoli visse i suoi anni più felici, si innamorò e fu ispirato, attraverso la sua adorata Fiammetta ne parla ampiamente, nelle rime e nei poemetti, nei prosimetri e nei saggi.

Nel Ninfale d’Ameto Boccaccio/Fiammetta ritiene che Partenope sia stata la più giovane delle tre figlie di un mercante, una “vergine sicula” caduta in mare lasciando il padre disperato. Il suo corpo alla deriva sarebbe arrivato sull’isolotto di Megaride, dove ora sorge Castel Dell’Ovo.

Partenope potrebbe anche essere stata una fanciulla greca innamorata e ricambiata dal bel giovane Cimone, costretta a fuggire perché la sua famiglia di origine ostacolava le nozze. Tuttavia, a parziale risarcimento del sacrificio, Parthenope e Cimone hanno creata Napoli immortale”, sostiene Matilde Serao, coltissima protofemminista napoletana fondatrice del “Mattino” alla fine dell’800 e autrice di una raccolta di Leggende napoletane.

Secondo gli antichi non vi erano dubbi, Partenope era una “syrena ornata di bellezze et piena d’arte, non dimentica il solito Boccaccio nelle Rime.

 

Anche la storia delle sirene,però, accoglie tante varianti, e occorre fare una precisazione.

Sebbene sia nel mare che abbiano trovato il grande successo culturale e popolare, le sirene originali erano per metà… uccelli, che addirittura nelle prime rappresentazioni sui vasi e nelle pitture avevano solo il volto di donna! Basti pensare che nel Medioevo e al tempo di Boccaccio la situazione era così confusa e in evoluzione che nella sua Genealogia Deorum Gentilium scrive che “dall'Ombelico in giù sono pesci”, per poi aggiungere: “Volsero poi che havessero i piedi di gallina”.

 

Sono sorelle, figlie di divinità marine; forse, come scrive nelle Argonautiche Apollonio Rodio, il più importante poeta epico di età ellenistica: “la bella Tersicore, una delle Muse, le aveva generate”, oppure, secondo il tragediografo Eurpide sono “piumate vergini figlie della Terra”, cioè di Gea.

Il padre potrebbe essere stato il fiume Acheloo o l’infernale Forci e per questo sarebbero collegate ad altre donne-uccello, le Arpie vendicatrici.

Ovidio (poeta di età augustea autore dei Fasti e delle Metamorfosi e già noto a questa rubrica) sostiene la prima ipotesi e chiarisce che erano fanciulle umane, compagne di Proserpina, tramutatesi in uccelli marini perché

dopo che inutilmente l’avete cercata per tutto il mondo, avete desiderato, affinché il mare sentisse la vostra pena, di potervi fermare sulle onde col remeggio delle ali e, avendo il consenso degli dei, avete visto improvvisamente i vostri arti fiorire di penne”.

 

Il numero delle sirene è dubbio, ci sono arrivati undici nomi, ognuno indicante una caratteristica, ma le storie più celebri riguardano solo tre: la nostra Partenope, “la vergine”, Leucosia, “la bianca”, e Ligea, “dal suono penetrante”.

Alcune fonti greche, come il geografo Strabone, ritengono che risiedessero in Sicilia, ma a noi interessa di più la loro permanenza in Campania, per l’esattezza nel Golfo di Napoli.

 

La parte di mito che ci riguarda, infatti, è probabilmente legata alla più famosa impresa delle sirene, quella narrata nell’Odissea, quando, consigliato da Circe, Ulisse si fa legare alla nave, fa foderare le orecchie dei suoi compagni di cera e resiste, strenuamente, al loro canto.

 

Vieni, celebre Odisseo… ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce”.

 

Questo rifiuto sarebbe stato la causa del loro suicidio: Leucosia si lasciò morire presso capo Licosa vicino Paestum, Ligia, se c’era, si spinse sulle coste del Bruzio in Calabria e Partenope fu trasportata dalle onde a Megaride, dove le furono tributati onori perché riconosciuta come Dea. O forse, il corpo di Partenope, una volta approdato sull’isolotto, si dissolse trasformandosi nella morfologia del paesaggio partenopeo, il cui capo è appoggiato ad oriente, sull’altura di Capodimonte ed il piede, ad occidente, verso il promontorio di Posillipo.

 

In età ellenistica Licofrone nella sua Alessandra/Cassandra profetica conferma questa ipotesi:

“Ucciderà poi le tre figlie del figlio di Teti, che improntavano il loro canto alla voce melodiosa della madre: verranno giù dall’alto scoglio con un salto suicida e con le ali s’immergeranno nel mare Tirreno, dove le trascinerà l’amaro filare del fato. Una di loro, rigettata dai flutti, l’accoglieranno le città di Falero e il Glanio, che con le sue correnti ne bagna la terra. Là gli abitanti, costruita la tomba della fanciulla, con libagioni e sacrifici di buoi ogni anno renderanno onore a Partenope, dea uccello”.

 

Ma c’è una seconda teoria sull’eroe causa dell’oltraggio e, da Apollonio Rodio deduciamo che fu Orfeo, mitico cantore coinvolto nella spedizione degli argonauti:

… già stavano per gettare a terra le gomene, se il figlio di Eagro, il tracio Orfeo, non avesse teso nelle sue mani la cetra bistonica, e intonato un canto vivace… la cetra ebbe la meglio sulla voce delle fanciulle”.

 

Pian piano, ma già in epoca romana imperiale, la leggenda di Partenope è diventato una certezza della cultura italica. Ad esempio, scrive nelle Silvae Stazio, erede, o forse imitatore, della poesia di Virgilio nell’età di Domiziano:

Ecco che, inseguendo la pace del sonno e la riva nativa, dove Partenope trovò ospitalità rifugiandosi nel porto ausionio, tocco col lento pollice le sottili corde della lira sedendo sulla soglia del santuario di Virgilio”.

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